Nella nostra pelle

Fece dei tagli precisi e verticali ai lati del proprio corpo. Scelse di farlo di fronte lo specchio del salotto, posizionato accanto al divano di tessuto blu coperto da un lenzuolo arancione. Quel lenzuolo era un regalo di suo padre che camuffava il regalo di sua madre: il divano blu. Non erano mai andati troppo d’accordo quei due. Si erano amati tanto, più di quanto quel divano lasciasse immaginare, in fondo il blu e l’arancione potrebbero avere anche punti in comune, dipende da come li si guarda ma i suoi genitori non si guardavano dalla prospettiva giusta. Quando litigavano, sua madre, tirava via l’arancione dal blu con rabbia, lo appallottolava e lasciava quella palla di cotone sul tessuto ricamato del divano. Lui allora svuotava sul divano una intera bottiglia d’acqua. In questo modo, Lisa, capiva che i suoi genitori avevano litigato: ritrovandosi il sedere bagnato e accanto a lei una palla di tessuto arancione.

Lisa mentre tagliava non era sola in casa, sentiva il criceto correre sulla ruota, un gatto appostarsi in giardino, e il rubinetto che perdeva in cucina. Sentiva anche i passi di qualcuno in camera da letto, qualcuno a cui non importava né del blu né dell’arancione. E quel qualcuno ero io.

Mentre tagliava, il sangue rosso colava giù denso e in maniera regolare. Lisa non piangeva e non mosse ciglio quando mi vide riflessa, nuda come lei, così uguali da far male. «Che stai facendo?» Le chiesi.

«Cambio pelle!» Rispose come fosse normale.

«Io non te l’ho chiesto» Le dissi.

«Lo so, lo so»

Lei pensava che sarei scappata via, invece mi avvicinai, l’abbracciai e sentii il suo sangue sul mio avambraccio sinistro, percepii il taglio e provai un dolore non mio «Ti faccio male se sto così per un po’?»

«Sì, non molto ma sì»

Lisa pensava sempre che il male è inevitabile, una volta mi disse: “È inevitabile!” mi diede un bacio “ce ne faremo così tanto, è inevitabile!” Mi diede un altro bacio “E quando succederà, se vorremo, cercheremo di levarcelo da dosso tutto quel male” Mi fidai, per questo l’abbracciai di fronte lo specchio: per vedere da quanto male potessi liberarla.

Tenevo la mano destra sul suo ventre e le baciai piano una spalla e poi l’altra. Stava quasi per piangere al contatto della mia pelle così ben costruita, con la sua di pelle che credeva piena di errori, fatta di niente, vecchia già da giovane, un risultato disordinato di casualità. Smettila, mi disse, spalancò gli occhi e poggiò la punta della lama sulla mia mano che tenevo sul suo ventre. «Devo diventare… »

«Qualcosa di diverso da quello che sei adesso? Io non voglio qualcosa di diverso» Le dissi

«Gli altri sì e magari andrà meglio anche a te. Lasciami finire» Lisa aveva un sorriso nervoso sul volto

«No! Mi piace toccarla, mi piace il sapore, e affondarci dentro. Non puoi levarmi l’unica cosa in cui affonderei, in cui spero di affondare. Cosa ne farai?»

«La piegherò come si deve, e la metterò dentro il cassetto, me ne prenderò cura.» Mise la sua mano sulla mia e si sciolse dal mio abbraccio, si girò e puntò la lama sul mio cuore. La guardai impaurita «Non fermarmi» Ricominciò «è la cosa giusta, così potrò scegliere un nome più accettato, un sesso ben visto, un’immagine ordinata»

«E se tutto dovesse cambiare anche per te?» Chiesi. «Potresti non sentire più il mio profumo come fai adesso, potresti vedermi diversa.»

«Stai zitta!» Mi spinse via con una violenza contenuta, avrebbe potuto fare di peggio, tornò allo specchio e riprese a tagliare, incideva con più velocità. La guardai percorrere in verticale il proprio corpo, tagliarsi con attenzione, macchiarsi di sangue, intravedevo i muscoli ed io mi sentii un mostro abbandonato e colpevole. «Aspetta!» La pregai «Ricucio tutto, ricucio ogni cosa, poi andranno via anche le cicatrici e se resteranno, le bacerò comunque. Mi piaceranno anche quelle, vorrò anche quelle. Amo già quelle che hai. Buttiamo via gli altri, buttiamo via il blu e l’arancione, ricucio tutto» intanto Lisa stava quasi finendo, il disordine sarebbe sparito e l’ordine tornato, il suo senso di inadeguatezza gli altri non l’avrebbero più percepito perché, ne era convinta, sarebbe andato via insieme alla sua pelle.

«Sono stanca, finisci tu» Mi ordinò all’improvviso, nervosamente porgendomi, tremante, il coltello dalla parte della lama

«Cosa?»

«Sono stanca, mi fanno male le braccia e le mani, mi fa male tutto. Finisci tu. Non lo capisci che lo faccio anche per te? Lo so che provi dolore, lo sento, tutte le notti sento che provi dolore per la pelle che ho»

«No, non è vero» Le sorrisi, anche se non sapevo perché lo stessi facendo e mi avvicinai «Non finirò niente, ricucio tutto, ogni cosa, tutto»

«Fammi vedere cosa c’è sotto la mia pelle, fammi vedere se posso fare qualcosa.» Lisa non smise di piangere e mise il coltello insanguinato tra le mie mani. Poi osservai il lenzuolo arancione, mi avvicinai, lo afferrai e lo stesi per terra, dicendo a Lisa di sdraiarsi. «Lo faccio ma questo disordine è anche disordine mio. La tua pelle vorrei solo lavarla, passare un panno bagnato sulla ferita, su quel lungo taglio, disinfettare tutto, disinfettare te. Farò un solo taglio, fattelo bastare!» Mi misi sopra di lei a cavalcioni. «Quale parte?» Le chiesi

«Taglia da parte a parte, in orizzontale, da un braccio all’altro, all’altezza delle clavicole» Spalancai gli occhi «È la mia parte migliore» Continuò «La parte che ti piace di più, taglia!»

Io avevo soltanto voglia di vomitare, la guardai. «La pelle cambia se deve cambiare, non se la si strappa da dosso» Dissi sulle labbra di Lisa, forse anche per me quella sarebbe stata una rinascita, perché un po’ la pelle di Lisa era anche pelle mia. L’ho deciso appena ho ricevuto il morso sul naso che Lisa mi diede un giorno per scherzo. Dopo quel morso ho pensato che fine o non fine, amore o non amore, quella sarebbe stata anche pelle mia per tutto il tempo che era destino lo fosse. Ma il destino esiste? Oppure davvero è tutto soltanto frutto di una casualità disordinata? Non lo so, non mi diedi mai una risposta, ma l’idea del destino mi piace di più e quella pelle era un po’ mia.

Presi un grande respiro e nuovamente le dissi che per me andava bene come era.

«Lo dici soltanto perché tu non riesci a fare lo stesso con la tua di pelle» Obiettò Lisa

«È una gara? Vuoi vedere quante ferite ho sotto pelle? Credi non ci abbia provato ad essere come volevano tutti gli altri? E sai cosa rimane alla fine? Niente! Solo sangue e il vuoto di un riflesso che neanche riconosceresti.» Senza pensarci avvicinai il coltello alle mie clavicole. Il gesto era già chiaro nella mia mente, lo consideravo già compiuto ma Lisa mi afferrò il braccio terrorizzata. Allontanò il coltello, mise le mani sulle mie spalle e mi strinse a lei. «Non volevo farti spaventare e la mia pelle non può stare senza la tua, rimaniamo abbracciate così» mi disse.

Dopo un paio di ore il silenzio era calato, il gatto era andato via, il criceto dormiva, il rubinetto aveva smesso di perdere, Lisa respirava piano, in attesa che io ricominciassi a ricucire.

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