Perché imparare a non ridere se puoi imparare a ridere?

Ho frequentato l’asilo e le elementari dalle suore, era la scelta migliore in quel momento per i miei genitori, visto che lavoravano entrambi. I miei ricordi di quegli anni sono prevalentemente in quella scuola, riferiti alla Direttrice e le sue mani da muratore, a Suor T. e il suo divertimento nel pestarci i piedi come se stesse giocando ad “acchiappa la talpa”, alla professoressa di inglese che è riuscita a non insegnarci l’inglese ma sempre a farsi regalare vasi o brocche a Natale. Sono legati alle loro risate per cose che a noi non facevano ridere ma piangere, a punizioni opinabili, a spiegazioni sul mondo e sui nostri genitori che probabilmente volevano solo portarci ad andare dallo psicologo fatti i 18 anni, nel mio caso ci sono riuscite. Mi ricordo che avremmo avuto un sacco di cose da poter raccontare ma nessuno di noi lo ha mai fatto.

Però la pasta al pomodoro era buona, la cioccolata nel panino era buonissima quando il panino era caldo, i gelatini con la meringa erano buoni, scoprire che alla fine avevano tutti lo stesso sapore anche se di colore diverso, era bello. Era divertente lo sforzo di trovare qualche peccato da confessare che fosse più creativo del solito: “ho fatto la monella”, una volta ho inventato di aver detto a mia madre: scema. È stato un momento avvincente! Ricordo le mie mani che passavano sulla lavagna per mischiare il colore dei gessetti colorati. Ricordo la paura della scivola che volevo fare in ogni caso quindi la facevo a pancia in giù e qualche volta anche a testa in giù, ma voglio dire, non spiccavo per furbizia. Ricordo i giochi con le mie compagne e i miei compagni. Le gite e le inutili ore di ginnastica, il flauto che suonavo per finta, le risate in chiesa e Suor P. che si addormentava ogni due per tre dopo anni di carriera.

Tutto quello che ricordo di divertente non ha niente a che fare con loro, anche se può sembrarlo. È un NONOSTANTE LORO, è un “vi rubo qualcosa di bello e lo tengo per me perché voi con la bellezza non avete mai saputo farci niente.” Sono diventata brava con i nonostante tutto, non sono costante ma meglio di niente.

E perciò non mi interessa: voglio le mani sporche di gessetti, che la cioccolata coli dal pane, e siccome ho paura delle discese, voglio farle all’indietro e vaffanculo. E voglio ridere per le cose belle, che mi sembrano belle, voglio giocare e ricordarmi che lo so fare perché l’ho sempre saputo fare e non sono mai stata stupida.

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