Muscoli e ossa

C’era una sedia vicino al muro, era sempre stata lì e quella sera decisi di sedermi per rimanere in penombra. Quando mi rialzai una parte di me rimase seduta a fissarmi con i nostri grandi occhi. Così scoprii che faccia avessi quando mi sembrava di essere su un precipizio senza poter indietreggiare né buttarmi. Quando volevo scappare ma le mie gambe erano inermi. Potevo vedermi respirare come se qualcuno mi comprimesse il petto. Mi ero scissa finalmente, finalmente non sentivo più nulla di quello che Lei provava. Mi inginocchiai e sorridendo le parlai «Io non voglio essere te. Non posso più permettermelo, capisci?»

Mi alzai e andai a farmi una doccia. L’acqua scendeva giù come se io stessa fossi una cascata, come se fossi la cascata e una ragazza stupida che si butta da una roccia per vedere quanto male faccia l’impatto devastante con l’acqua. Misi del bagnoschiuma sulla spugna e mi insaponai delicatamente, poi lavai anche i miei capelli, dopo lo shampoo passai del balsamo. Girandomi vidi che l’altra me era lì, nel bagno, con gli occhi velati di lacrime e nuda, il suo corpo era il mio ma non come il mio, eppure lo era stato. Sembravamo così stanche. Lei però lo sembrava più di me. «Lo faccio per noi, lo faccio per entrambe.» Le dissi mentre mi sciacquavo un’ultima vota. Mi fissava senza dire niente e io la afferrai dalle braccia, la tirai verso di me, e come se stessimo ballando, io uscii dalla doccia e feci entrare lei lasciandola sotto il getto d’acqua. Indossai l’accappatoio, tirai su il cappuccio. «Mi parlerai mai?» Le chiesi, alzò la testa senza guardarmi, fissava le mattonelle bagnate

«Se ne dovessi vedere l’utilità» Mi rispose

«Conoscendoti…»

«Già! La troverò»

Mi misi a ridere «Dio come sei divertente. Lo penso davvero, ci divertiremo un sacco io e te»

Sbuffò e parlò nuovamente «Prendi in giro te stessa, non dimenticarlo»

«Sei pesante. Prendo in giro te, non me stessa, io non sono più quello che sei tu» Dissi afferrando il pettine nero che era sul lavandino. Solo in quel momento si girò a guardarmi, prese il bagnoschiuma, se lo buttò addosso, prese la spugna e cominciò a sfregarsi così forte che la pelle divenne rossa «Ne sei proprio sicura?»

Risi nuovamente «Ti manca la spavalderia per dire certe frasi. E quella me la sono presa io, sarebbe stato uno spreco lasciartela, veniva schiacciata dalla tua paura»

«Nostra!»

«Tua, tua, tua… basta! Sta’ zitta» Le urlai, puntandole addosso il manico del pettine particolarmente appuntito.

Uscì dalla doccia mi afferrò la mano che teneva il pettine e si piantò il pettine nel petto. Io non provai dolore ma la sua faccia si contrasse in una smorfia, poi sentii qualcosa colare sul mio petto, lasciai il pettine girandomi verso lo specchio. Spostai l’accappatoio e vidi il sangue colare. Lei si tolse il pettine dal petto e mi parlò «Vedi? Anche se non faccio più parte di te, anche se mi hai allontanato perché ti sembro un peso troppo grande, un dolore troppo grande… anche se il tempo ti sembra scorrere meglio senza di me, anche se credi che cancellando le parti più fragili di te salverai le più forti. Anche se adesso il futuro ti sembra afferrabile e anche l’amore più semplice da gestire senza di me, sarebbe stato il caso di trovare un equilibrio fra le nostre fragilità, fra i nostri dolori e paure perché, vedi? Rimani comunque tu quella che sanguina e io quella che sente la ferita»

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